venerdì 3 luglio 2009

Trova la Differenza

Trova la differenza:



Edit:
Ecco qualche suggerimento utile:

- sono entrambi Politici molto importanti
- sono di nazionalità diverse
- entrambi sono momenti importanti della politica del proprio paese
- la differenza è un fatto realmente accaduto/non accaduto.

mercoledì 24 giugno 2009

Serie che chiuderanno.

Giochiamo al veggente.

Testate che chiuderanno:

Phantom [Eura Editoriale]. Non supera il numero 8, credo chiuda al 6.



Unità Speciale [Eura Editoriale]. Non supera il 17.



Animals [Coniglio Editore]. Non supera il 6.

venerdì 19 giugno 2009

Se avessi un figlio...


Se avessi un figlio gli insegnerei che essere bambino non è la cosa più bella del mondo, essere grandi, ragionare, rendersi conto di cosa sia la libertà, capire cose come questa, lo è.

Se avessi un figlio gli spieghierei che la religione non è una fede ma una dottrina, e che in chiesa ci dovrà andare solo se ne ha veramente voglia e che il catechismo va bene solo fino alla prima comunione, dopodichè dovrà decidere da sè. Gli insegnerei che dopo la morte c'è solo il nero di uno spazio vuoto, ma che questo spazio possiamo riempirlo di colori, di questo o quel dio, padri e spiriti santi o anche solo lasciarlo così com'è, e che qualunque cosa va bene ed è giustificata se ci può far stare meglio.

Se avessi un figlio gli insegnerei sì, che il rispetto per il prossimo è cosa importante, ma che che è cosa soggettiva e che risiede nell'educazione ricevuta e che se anche è bene darne è ancora più importante riceverne, e che probabilmente non sarà quel tipo di rispetto che ti aspetti. E che molto spesso questo rispetto aumenta con l'aumentare della paura, o della forza economica e della corruzione. E che sta a lui decidere da che parte stare, il resto sono chiacchiere.

Se avessi un figlio gli direi di non preoccuparsi di essere omosessuale, se dovesse capitare, e che nessun padre, fatta eccezione di Dio, lo metterebbe su una croce qualunque sia la ragione. Piuttosto ci andrei io. E che se un padre non la pensa così non è degno di essere padre quindi a perderlo ci si guadagna.

Se avessi un figlio gli farei capire che ci sono tre modi di vivere in un paese la cui economia è basata sul capitale: cavalcare l'onda, essere l'onda, morire sotto il peso dell'onda.
E che per entrare in una di queste tre possibilità devi rispettivamente, essere sveglio e sufficientemente figlio di troia, essere ricco e cattivo, essere povero e onesto.
E gli insegnerei che l'onestà non paga.

Se avessi un figlio gli direi di non temere l'inferno e di vivere la vita.
Gli permetterei di camminare su quei muretti alti e pericolanti, perchè è meglio rischiare e avere un profitto con la possibilità di farsi male, che stare a casa e invecchiare. E prima lo capisce meglio è.

Se avessi un figlio gli direi che studiare non è probabilmente la mossa più intelligente del mondo e che mi sarebbe piaciuto sapere quale è, per potergliela dire e non fargli perdere tempo, che si vive una volta sola e cha quando lo capisci è certamente troppo tardi.

Se avessi un figlio me lo porterei in giro la sera, con gli amici, per farlo sentire un ometto e fargli fare tardi, perchè a me piaceva quando facevo tardi con mio padre, e lo porterei a vedere un film di guerra al cinema quando avrà compiuto 8 anni, come mio padre fece con me portandomi a vedere Platoon nell'86, perchè il sangue fa male, ma non così tanto se non è il tuo.

Se avessi un figlio gli insegnerei che un uomo dice più no che si, che un uomo stringe la mano di un altro uomo in maniera decisa, che un uomo deve lavorare per gratificarsi ma che non deve dimenticare la sua famiglia in favore del lavoro.

Se avessi un figlio gli regalerei un pallone di cuoio, un sacco e un pc, ma senz'altro non gli farei mancare le costruzioni, perchè la fantasia è l'arma e le armi sono importanti anche a 2 anni.

Se avessi un figlio gli insegnerei che la vita è importante e che morire per ciò in cui si crede fa figo, ma vale realmente la pena solo se vale ciò in cui si crede.

Se avessi un figlio gli spieghierei che lui ha 10 anni e io 50 perchè non me lo sono potuto permettere prima. Come quell'auto che ancora non ho potuto comprare.

lunedì 8 giugno 2009

Il BD Day. Non fatelo anche voi. Potreste vendere i vostri prodotti.


"Le opinioni sono come le palle. Ognuno ha le sue." [C. Eastwood]

Sabato 6 giugno si è consumato il BD Day.
E' un evento che nasce ricalcando strategie di invasione nei negozi e di fidelizzazione del cliente finale, che nel settore librario è all'ordine del giorno, ma che nel fantastico mondo del fumetto, dove tutto è fantastico e dove la gente non lavora ma ha passione, non ha precedenti.
Il BD Day è un evento importante che permette di fare sconti del 25%, su tutto il catalogo Edizioni BD, Alta Fedeltà e Jpop, "dal/al" ai lettori dell'editore in questione (le Edizioni BD), migliorando pertanto la visibilità dello stesso in fumetteria (quanto meno per il periodo indicato) e permettendo al negoziante di poter creare un evento che gli dia lustro e denari.
In tutto questo, come miglioria apportata al sistema librario, in ogni fumetteria che aderisce, c'è ospite un Autore della scuderia BD, pronto a tenere il palco, a firmare e a disegnare per gli acquirenti.

Il BD Day è al secondo anno e credo (spero) che si rifaccia anche il prossimo.
Personalmente ho avuto un buon incasso, nonostante la crisi (che contrariamente a quanto sostiene il governo, non è alle spalle e se lo è, ci ha calato le braghe) e nonostante i soliti problemi tecnici e gestionali.

Da marzo 2008 a giugno 2009, ovvero nel corso che intercorre tra le due edizioni, M. Schiavone (editor della BD) in collaborazione con l'AFuI (Associazione delle Fumetterie Italiane) ha migliorato tantissimi aspetti di questa festa itinerante mentre nessuno degli altri editori italici ha osato imitare l'unica operazione di successo degli ultimi anni.

Continuano invece a pubblicare prodotti che non venderanno (o che non venderanno in maniera insoddisfacente), brancolando nella convinzione di essere vittime di incapaci.

sabato 23 maggio 2009

Che noi mica stiamo qui a pettinar le bambole



"L'altro giorno quando mi chiamavi ero incasinato col lavoro, avevo un casino di gente, erano arrivati i pacchi e non ascoltavo nessuno. Ho pensato ad alta voce a quanto mi dicevo prima di aprire l'attività: apro una fumetteria e non faccio un cazzo dalla mattina alla sera. La gente entra per comprare, non scassa il cazzo nessuno. Madonna il massimo, mi sono detto".
Poi alterato ho aggiunto: COL CAZZO NON FACCIO NULLA!"
[Roberto Palaia - Fumettopoli]


La fumetteria è un negozio che non esiste.
In Italia ce ne sono un paio di centinaia, e in queste includiamo anche chi vende minchiapposta e stronzadgets insieme a due fumelli da due lire e una scorreggia.
Alla camera di commercio il discorso non migliora: ancora ricordo l'impiegata che non trovando (non esistendo) la voce fumetteria nell'elenco delle attività italiane, mi disse con fare sicuro e disinvolto "la inserisca sotto la voce bar".
Non avendo metri di misura ufficiali dobbiamo limitarci a quanto ci suggerisce il nostro dono più sopravvalutato: la deduzione.
Per sommi capi potremmo dunque dire che la fumetteria è un posto dove si vendono fumetti. Onesto.

Poi apro un numero di Mega, faccio un giro sul web, parlo con editori, e leggo commenti di autorevoli personaggi del settore che puntano il dito verso la fumetteria, che la crisi del fumetto è colpa del negoziante, del proprietario dell'attività commerciale, che è lui che deve (in ordine sparso, s'intende) conoscere il prodotto del piccolo editore (per ogni singolo piccolo editore. Quindi tutti i prodotti di tutti i piccoli editori. Quindi tutti i prodotti che producono o produrrebbero i piccoli editori, se solo le fumetterie ne ordinassero in quantità sufficiente per mandarli in stampa, senza conoscerli PER POI conoscerli. Ogni mese. Per sempre), organizzare incontri con gli autori (a proprie spese, s'intende. Che già gli editori non stampano una locandina pubblicitaria del proprio prodotto, figuriamoci se pagano il viaggio o il vitto o l'alloggio o la giornata di lavoro all'autore o la grafica delle locandine pubblicitarie, o la stampa delle stesse o, pensa te, l'attacchinaggio), spingere il singolo fumetto moltiplicato per tutto il catalogo di tutti i suddetti minuscoli piccoli e medi editori.

Perchè quello del negoziante di fumetti non è un lavoro. Non nel senso stretto del termine almeno. Si è vero, paga le tasse come un'azienda, l'affitto come un'azienda, ha dipendenti come un'azienda, un commercialista come un'azienda, qualcuno (in genere il negoziante di fumetti stesso) potrebbe addirittura CONFONDERLA con un'azienda, ma quella del negoziante di fumetti è una missione (a loro dire, s'intende).

Far conoscere il buon fumetto (quello del singolo piccolo medio e minuscolo editore) al pubblico che purtroppo è ignorante. Insomma, a prima vista potrebbe anche apparire come un'atività commerciale, ma in realtà è una biblioteca tutelata dall'O.N.L.U.S.
Il pubblico legge fumetti che vendono.
Legge manga, legge supereroi, legge bonelli, qualcuno addirittura legge pornazzi (la maggior parte li sfogliano. Una minoranza ne attaccano le pagine). Ma non tutti, o comunque non in un numero sufficiente leggono il buon fumetto, che poi è quello (evidentemente incompreso) del piccolo editore.

Che non hanno soldi gli editori.
Poverini.
Mica fanno i fumettari loro. Quelli si che fanno soldi a palate, basta vedere quante fumetterie ci sono in Italia. Ce ne sono un numero così ridicolo che nemmeno la camera di commercio ci ha preso in considerazione.

Ma l'editore non ha soldi è un dato di fatto. Perchè se lo racconti poi si avvera.
Quindi la promozione, la conoscenza e la divulgazione, in nome di questa missione grava per un'increscioso scherzo del ka (zz) sulle spalle dei negozianti.
Che dovrebbero comprare il materiale suddetto "per avere un minimo di offerta in più". Non importa se in negozio hai 50mila o 200mila euro investiti in fumetti. Non importa nemmeno se quell'offerta non se la caga nessuno di quei poveri lettori ignari.
"Per far conoscere il fumetto".
"Perchè questi editori vengano fuori"...

Come se ce ne fosse la necessità. Come se la sentisse qualcuno all'infuori di loro stessi.
E che non si dica che l'editore di prodotti che NESSUNO VUOLE chieda al negoziante l'impossibile.
Effettivamente mica viene chiesto al negoziante di venderli quei fumetti. Questo si che sarebbe impossibile.
Ci si limita a chiedergli di acquistarli.
In conto assoluto. A scatola chiusa. Con uno sconto che è un insulto all'intelligenza umana e al lavoro che gli si richiede. Poi se gli rimane sul groppone per sempre, che vuoi che ti si dica. Fai il commerciante ed è rischio di impresa.
Una specie di carità dovuta, e pertanto esente da ringraziamenti o guadagni.

Che tutto questo viene detto per il beneCorsivo del fumetto, per il bene del negoziante, che altrimenti si trasformerebbe in una "mangheria" o (come recita Mega di Aprile) "in una edicola con qualche fumetto in più".
A parte la distanza interplanetaria su cui viviamo e la conseguente differente percezione delle cose, mi chiedo: e anche se fosse?
E' un male avere SOLO prodotti vendibili?
E' un male non sperperare liquidi in favore di prodotti morti?
E' un male avere una gestione SANA della propria azienda?
Forse è un male se paragonata a quella missione...

Ma parliamoci chiaro.
Nessun negoziante ha nessuna missione. A parte portare il pane a casa e conservare una certa dignità per guardare in faccia i propri figli. Che a me dei fumetti di merda non me ne frega proprio un cazzo. Che i mobili, l'affitto, le tasse, le paga chi lavora all'interno di quelle quattro mura e questa, cazzo, si che è un'azienda. E questo è un sistema capitalistico che non condivido ma che mi trovo costretto a vivere, e dice che se il mercato non ti vuole, sei out. E che le motivazioni contano quanto il due a briscola.
E che se vuoi entrare in fumetteria, devi avere proposte con i controcazzi, ma non per quella che è la tua idea di "controcazzi" (che non importa a nessuno e che a quanto si è visto dai risultati conseguiti finora, è sbagliata) ma per quella che è l'idea del pubblico che compra da me per poi spingermi a comprare da te. E se non ne hai, se out.
E devi fare al negoziante offerte, proposte e se necessario anche un paio di pompini, per occupare quello scaffale, o quella vetrina, o spodestare quel distributore in favore del tuo, e se non ne sei in grado, sei out.
E se sei out, ritenta e fai la fila.

Perchè già è triste il fallimento di un progetto, ma dare la colpa agli altri, per le proprie incapacità (di giudizio, economiche, o del ka), è vergognoso.
Ed è questo che fa male al fumetto.

Perchè noi negozianti mica stiamo qui a pettinar le bambole.


P.S.
Una volta un editore che stimo mi ha detto "Max, se non hai il capitale, se non sei in grado, non aprire un'attività. Nessuno ti costringe."
Dovrebbe ripeterla più spesso ai suoi colleghi.

P.p.s.
"Caga cu lu culu tou, quista ete la formula: iou cacu cu lu miu, tie caga cu lu culu tou" [cit.]

L'Uomo Che Usciva La Tredicenne

"Voglio essere come Billy Ballo, voglio essere come Billy Ballo..."


Fantastico.
Billy Ballo pare abbia adescato una tredicenne su facebook e se la sia strombacchiata. Ora lo hanno arrestato.
Andrà in galera? Pagherà? Non saprei.

Quello che so è che tutto sommato, anche scontando tutta la pena, sarà bello che pulito prima di quanto ci mette un lavoratore protestato.

Ah, una nota: non dico che la pena per queste azioni debba essere più severa di quanto già lo sia. Dico che quella per un protesto è esagerata.

sabato 9 maggio 2009

Sostanze sedative


Ombre e nient’altro.
Terra forse, sostanze sedative, qualche odore, ma nulla confronto all’ombra. Era dappertutto, era tutt’intorno, la vedevo la sentivo la toccavo.

Quando snocciolò il suo piano infallibile capii che "infallibile" nella testa di Mario Bobbinetti equivaleva a un pratico manuale per ficcarsi nella merda in 10 rapide mosse. Scacco al culo: sei nella merda.
Quando lo ascoltai e concluse la didascalica chiarificazione del progetto con "ecco, questo è il mio piano infallibile", conservava la faccia di chi è convinto di aver appena avuto un colpo di genio, e il sorriso di chi non sa di che cazzo sta parlando. Scovai un’interessante assonanza tra "piano infallibile" e "stronzata indicibile".

Rubare una macchina era un conto, è stato il mio primo grande passo verso il riformatorio. Spacciare pakistano e marocchino, o roba scadente tagliata con l’anima di qualche negro di periferia, che tra i due facevano a gara a chi avesse il colore peggiore, aveva un senso. Anche rapinare la farmacia in cerca di metadone e di qualche siringa con laccio emostatico annesso, difendeva il suo perché: una specie di kit di sopravvivenza dell’eroinomane, uscito da poco da un centro di recupero per tossici dove in maniera evidente non è stato svolto un buon lavoro.

E’ da li che ero appena uscito, è li che l’ho conosciuto ed è questo che stavo spiegando al Bobbinetti, che in questo momento aveva gli occhi bianchi, girati dall’altra parte delle orbite, con la testa molleggiante che andava avanti e indietro come quella di un negro alla guida di una grezzamobile per negri con sottofondo di musica negramericana, di ritorno dalla rapina in farmacia. I pensieri si accavallavano nella mia testa cercando l’un l’altro di superarsi per capire se era più scura quest’eroina o i peccati del negro che ci aveva ficcato dentro l’anima.

Davanti a me, il kit di sopravvivenza mi guardava senza porre troppe domande.
Andare da Paolo il Ciccione, detto "il macellaio" ma conosciuto anche come "il tritacarne" e "lo svezza budella" (a causa dell’innata propensione a spingere le budella a rendersi autonome e comportarsi in maniera adulta) per fregargli l’incasso della serata, strafatti come ciucci, era un suicidio e davvero non lo avrei mai fatto se Mario non mi avesse mostrato il ferro.
Il "ferro" come lo chiamava il Bobbinetti era una Colt 1911 del ’43, probabilmente appartenuta al nonno. Una calibro 45, molto bella da vedere, almeno ai miei occhi ignoranti.

- Dove l’hai presa?
- Ti piace? Andremo con questa, incappucciati, non ci riconoscerà, non si ribellerà, nessuno si farà male.
- Dove l’hai presa?
- Nessuno si farà male...
- Ehi, dimmi dove l’hai presa...

Mario Bobbinetti era affascinato dal suo ferro come, a suo dire, Rocco Siffredi era affascinato dal suo cazzo. Entrambi non eccessivamente lunghi, entrambi davvero potenti.

- E se qualcuno dovesse decidere che ci si dovrà fare male, bè...

Sarà lui a farsene, concluse, rimirando l’articolo.
Non so come mi convinse, ma mentre dissi si, ricordo, l'ero l'aveva in mano lui.

La macelleria era davanti a noi. L’insegna con i neon azzurri e scassati dichiarava senza troppi scetticismi il numero degli anni ormai passati e Paolo il Ciccione, il macellaio, il tritacarne, lo svezza budella, fuori dal locale, appoggiato braccia conserte alla vetrina annunciava con il suo imperturbabile silenzio, un dominio riconosciuto da tutti sulla piazza cui si affacciava. Dietro di lui, conigli sgozzati e costati di buoi dei paesi suoi.

Il piano infallibile era piuttosto semplice: Mario si sarebbe avvicinato alla macelleria, non appena il Ciccione fosse rientrato, gli avrebbe puntato addosso il fottuto ferro, e col culo parato e il viso coperto dalle calze di naylon di Saretta, sua sorella minore in quel momento ancora ignara di tutto, gli avrebbe estorto i soldi dalla cassa. Il mio compito, quello del classico palo.
E nessuno si sarebbe fatto male.

Questo ovviamente se le cose non fossero andate in vacca e se il Bobbinetti avesse saputo dei problemi di incontinenza del tritacarne.

Paolo il Ciccione entrò nel suo locale e senza che nessuno di noi se ne accorgesse, chiuse a chiave la porta. Per andare a pisciare, avrebbe poi detto qualcuno. Ma Paolo il Ciccione aveva problemi seri alla prostata e questo a lungo andare ebbe ripercussioni serie sul suo sfintere che a dispetto della propria dignità, lo abbandonava senza troppo preavviso, spingendolo spesso a corse impegnate e comunque, spingendo verso il basso.

Mario impugnò la Colt 1911 e quando lo vidi stringere la mano intorno all’impugnatura, partendo dal mignolo e passando poi all’anulare e al medio, come un guerriero che stringe il pugno intorno all’elsa di una spada, non potetti fare a meno di pensare a Rocco Siffredi che impugna il suo attrezzo con maestria e signorilità ogni volta che inserisco il dvd di Dr. Rocco Mr. Sodo. A quei tempi si che si scopava duro.

Mario corse verso la porta. La pistola era rivolta verso l’alto, nella mano destra, all’altezza del petto, il cane era spianato. La spallata di Mario alla porta era sincronizzata al movimento della mano sinistra che abbassava la maniglia per liberare la serratura ed entrare di scatto, prepotente, nel locale.

Click.

BAAAAM.

La chiave bloccò sul nascere la rapina.
Sordo.
Solo un rumore sordo. E ombre, tante ombre.

Lo scoppio che ne seguì era un piccolo presagio della tragedia.
Il sangue che colava dalla testa di Mario Bobbinetti aveva un colore che mi ricordò La Lettera Scarlatta di Nathaniel Hawthorne, e a vederlo da vicino, mentre inconsciamente cercavo di riprendermi dallo shock e realizzavo che effettivamente il "piano infallibile" del mio compagno di stanza nel centro tossicologico era una merda a cielo aperto, non notavo grosse differenze tra Mario Bobbinetti e il coniglio squoiato appeso per la gola ad un gancio a esse dall’altra parte del vetro. Erano cianotici entrambi. Entrambi vistosamente morti, solo che il coniglio non colava più.

Qualche grido di terrore dalla strada catturò la mia attenzione. Avrei voluto ragionare in fretta, ma la parola "fretta" mi confondeva e allora avrei voluto scappare, ma era da codardi, e allora avrei voluto essere lucido per poter decidere cosa fare, ma non ero nelle condizioni migliori per farlo, ancora evidentemente strafatto di roba negra.
Raccolsi la pistola. Mossa sbagliata.

Non so esattamente cosa avevo intenzione di farne, ma il mio corpo si mosse per me e decise che la cosa migliore da fare era cagarsi addosso, entrando in competizione con il culo di Paolo il Ciccione e manco a farlo apposta, con quello di quello di Bobbinetti, e non era un buon odore quello che d’un tratto emanavamo, ma in quel momento e solo in quel momento saremmo stati tutti vicini, legati da un invisibile filo di merda che se solo me ne fossi accorto era già diventato un mare. Per un piccolo momento fummo tutti e tre davvero molto amici.
Mi sarei aspettato qualcosa di meglio dalla decisione presa dal mio corpo, ma l’istinto è l’istinto e lo sfintere è lo sfintere.

Avrei voluto preoccuparmene e convocare un piccolo congresso cerebrale per disquisire sulla suddetta incresciosa situazione, ma una tra quelle grida mi sembrava prender piede vita e corpo nella voce del macellaio che sempre più grande e minaccioso si avvicinava nonostante il puzzo e il fetore che diffondevo. Il superpotere da puzzola non valeva una lira.
Nella destra aveva una mannaretta abbastanza ostile e già mi aspettavo di trovare un coltello per prosciutti nella sinistra. Quando spostai la testa vidi la mano del tritacarne vuota, ma non riuscii a esserne troppo contento perché si muoveva abbastanza velocemente in avanti e indietro, per aiutare il Ciccione a raggiungere lo stolto, ovvero io, e spaccargli il culo.

E in men che non si dica il Ciccione mi raggiunse.
Click.

Tra di noi c’era la porta e ora avevo sentito perfettamente la chiave girare e i battenti aprirsi e d’un tratto tutto fu chiaro: non avevo mai sparato ma dovevo imparare in fretta.

BAAAAM.

Gli occhi del Ciccione erano infuocati, ma non ci vidi rabbia, odio. Ci vidi terrore. Terrore per me, terrore per Mario Bobbinetti. Terrore come quello del coniglio sgozzato appeso al gancio in acciaio inox. Forse perché alla fine dei conti Paolo il Ciccione era solo una macchietta, alle prese col suo lavoro, capitano di una nave che aveva iniziato ad affondare per due topi di fogna come me e il Bobbinetti. Forse era un uomo buono e quell'inquietante mannaretta che stringeva in pugno era il suo modo di dimostrare affetto.

Io non riuscivo a vedere i miei occhi, ma ricordo che avrei voluto colpirlo in pieno, di modo da dover sparare una volta sola, ed evitare così pendenti che implorano pietà, quindi deduco che erano abbastanza idrofobi.

Il cielo era stellato ed era da tanto che non me ne accorgevo. Non vedevo più Paolo il Ciccione detto anche "il macellaio" e "il tritacarne" e "lo svezza budella" e sentivo accanto al mio il corpo del Bobbinetti. S’era cagato addosso pure lui, ora ne avevo la conferma. Che ironia, avrei voluto pensare.

Ora però vedevo un neon rotto che non era più quello dell’insegna di Paolo il Ciccione, questo aveva una luce bianca e lontano, forse proveniente da un altro mondo che ora non c’è più, sentivo un suono, come di sirena, ma non di quelle sirene che fanno paura a quelli come me.

Qualcosa mi toccò il braccio, pungendomi. Probabilmente qualche sostanza sedativa.
Vedevo solo ombre, quando un attimo prima c’era la macelleria, sentivo solo un piccolo vociare, quando un attimo prima c’erano le grida della gente.
Percepivo qualche odore, mi ricordava i corridoi di ospedale, che oltretutto mi pareva di vedere proprio ora. Mi facevano paura gli ospedali ma era nulla confronto all’ombra.

Era dappertutto, era tutt’intorno, la vedevo la sentivo la toccavo. Ombre e nient’altro.