venerdì 24 agosto 2007

Gridare fumetto dal centro del mondo


"uei cu faci purpette
de purpa, de purpu" (Gopher)


Ho iniziato che credevo d'avere un'infarinatura generale, preso dalla presunzione di aver letto quintali di meravigliosi Marvel e qualche democraticamente concorrenziale DiSsiccomics. Conoscevo Inoue e Taniguchi, avevo masticato qualcosa di Moore e stravedevo per Miller.

Ora ho un quadro della situazione completo, globale, spietato.

Il mio palato si è affinato, eccessivamente, e sono più le volte che preso dalla voglia di leggere qualcosa di buono esclamo "cazzo non ci sta proprio niente di valido da leggere" che quelle in cui dico "questo fumetto ha i controcazzi".

Sono contro il commerciale e questo mi impedisce anche solo di aprire roba alla Bleach. Mi viene il voltastomaco. Bleah.
FullMetal Alchemist non lo consiglierei nemmeno al mio meccanico.
Odio DragonBall perchè ha fatto il lavaggio del cervello ai ragazzini. Si lasciano convincere da mediaset e dai rivenditori senza dignità (perchè loro lo sanno che non lo è) che sia un capolavoro e se a 17 anni vanno girando disegnando palate di goku alla giapponese convinti che quello sia IL FUMETTO, a 21 vanno a trans pensando che quella cosa lunga e dura sia una figa.
Me li hanno confusi. Poveri figliuoli.
Vabè, più fighe per me.

Mere, le case editrici italiane sono delle macchine da guerra addestrate da tanti Mister X, la cui unica opera sfuggitagli al controllo per salvaguardare i propri profitti, è il loro personalissimo Uomo Tigre. Guardacaso l'unica cosa buona fatta da Mister X. L'unica opera buona che ogni casa editrice ha pubblicato.

Ogni casa editrice che si rispetti ha pubblicato, accanto a tanta merda, qualcosa di decente.
La Panini pubblica Taniguchi, la Planeta Watchmen, la BD Torpedo.
E poi? Tutti sul manga, spranto, povero, a tratti pessimo, quasi mai innovativo.
Quasi a dire "ehi, noi abbiamo anche pubblicato roba seria, cazzo rompete i coglioni?".

A me oramai, se sono sotto il livello de "Il Ritorno del Cavaliere Oscuro" i fumetti mi fanno cagare. Ma non poco, o in senso lato, sul serio.
Roba che come dice Ensi li dovrebbero vendere allegati al Guttalax.
Capite la mia fustrazione?

Insaziabile nella ricerca del capolavoro assoluto leggo fumetti e resto con quella spiacevole sensazione di digiuno, non appagando il gusto e pagando lo scotto dell'invidia nel vedere la sazietà del lettore medio pago del suo Naruto.

Ne risento anche a livello commerciale, quando mi chiedono le ultime novità in campo manga e mi trovo costretto a dire "bè è uscito pincopallo contro il due di mazze" tacendo sullo schifo su cui stanno gettando i soldi, risaltando improbabili lati felici del prodotto, un pò come dire ad un affamato ignorante che questa fetta di pane e merda è davvero saporita, mentendo sapendo di mentire.

Che poi loro sono contenti.
A me sta cosa mi sciocca.

Grido fumetto dal centro del mondo, stanco delle solite tenie, lottando nella tana delle tigri.
Uomo Tigre salvaci tu.

Che poi ognuno è libero di fare quello che vuole, perchè le case editrici sono loro e noi siamo solo gli acquirenti.


Ma la camera in cui esporrò quegli albi, la testa in cui infilerò quelle informazioni, è roba mia.


"comunque la libertà esiste e lui se vuole può restare, ovviamente,
perchè siamo in un posto libero mi pare di capire,
un posto di artisti e di arte, quindi tu fai tutto quello che ti piace.


Nel tuo spazio, non nel mio.
Perchè io sono un pezzo di merda

che tu neanche te lo immagini io quanto sono stronzo." (Dj Gruff)

sabato 18 agosto 2007

Simu salentini core presciati.


"Simu leccesi core presciati,
sona maestru l'arcu te pratu"
(Bruno Petrachi)


"Se sei un pollo sei un pollo.
Mangi sassi e spesso finisci fritto, lesso ma prima ti tirano il collo.
Sei un uccello e non voli.
Hai le ali che si sbattono come le palle appese a un cazzo quando è in fase di scrollo."
(Dj Gruff)






Certo, come no.
Core presciati.
Provinciali siamo. Anzi, siete.

Siete perchè mi avete rotto il cazzo voi e il vostro mare, il vostro sule, il vostro ientu. Fieri di vivere in un ghetto che vi costringe e lega nell'ignoranza, nel distacco dal mondo esterno. Paesini pieni di vecchi che non hanno altro da fare che vivere sul ciglio del marciapiede aspettando qualche straniero di città, da guardare come Lee Van Cliff fissava quel gringo di Clint Eastwood in Per Qualche Dollaro in Più, ma senza sigaro, pronti a fare questioni se osi parcheggiare sotto quello che hanno deciso sia il loro parcheggio auto.


Lieti di passare ogni singola estate tra dance hall e sagre di paese in paesi grandi quanto quartierini di una città media, così frammentati dal resto della società e pieni di micro organizzazioni da avere una sagra per ogni cosa. Ogni gente del nord che ha posato il culo su queste terre mediterranee si ricorda solo dei Sud Sound Sistem e de lu purpu alla pignata. Abbiamo anche i pasticciotti. Eccheccazzo.


Orgogliosi di spingere avanti fiere di fumetto così ridicole e insulse da essere paragonabili solo all'arroganza e alla presunzione di chi li le organizza e spaccia per fenomeni di costume. Con quelle quattro bancarelle che nella collezione di mio cugino quello piccolo ci sta roba più interessante e con più stimoli culturali. Ogni anno ad aggiungere un +1 alla conta della solita esclamazione: "ma è solo il TOT anno. Dobbiamo dargli tempo...". Come se il tempo avesse mai da solo regalato capacità organizzative a qualcuno. E se sei un pollo, sei un pollo...


Sono stanco dei telegiornali locali che ogni volta che intervistano qualcuno gli senti rispondere "è ora che noi salentini riscopriamo le nostre origini", "qui nel salento lu purpu alla pignata...", "siamo orgogliosi di essere salentini...", "abbiamo il salento nel cuore". Io non ho dimenticato niente e niente devo riscoprire. Questo va oltre l'amore per la terra. Questo è essere rimasti imprigionati in questa terra. Una terra che ogni anno che passa si trasforma solo esteriormente, dove i turisti vengono a vedere quei vecchi alla Jhon Wayne nei paesotti, così distanti dalla realtà da sembrare appartenenti ad un'altra dimensione.


Sono stanco del "eh, si ma il fatto è che qui siamo nel salento..." come giustificazione naturale alla propria incapacità gestionale quando non si riesce a quagliare qualcosa. Tipo le succitate fiere di fumetto. Vi ha mai sfiorato l'idea che siete degli incapaci assecondati a questa stessa incapacità? Vivere nella mediocrità salentina a me non porta orgoglio: mi fa incazzare. Posti dove la cosa più intelligente da fare per sovvertire la necessità insoluta del lavoro è fare la guerra dei bottoni con i propri simili. E non una guerra per il potere o per avere più soldi, no. E' proprio per i bottoni. Per le quisquiglie.


Per le stronzate.


Siamo salentini core presciati.


Ad ogni concorso il tema della prima edizione è lo stesso. Lu mare, lu sule, lu ientu. Non siamo cerebrolesi, conosciamo altre cose. Qualcuno tra noi ha visto anche la montagna, la nebbia e la figa. Una volta tanto un concorso facciamolo su questo, tanto per non essere i soliti stolti da sentire la necessità di gridare al mondo "ehi, noi abbiamo il mare! Abbiamo il vento! Abbiamo il sole!" dando l'impressione di non avere altri argomenti.


Io una volta ho visto una figa. E non m'è dispiaciuto affatto. Facciamolo su questo un concorso.

giovedì 9 agosto 2007

Un sabato qualunque, un sabato italiano.


"E sembra un sabato qualunque, un sabato italiano
Il peggio sembra essere passato
La notte è un dirigibile che ci porta via lontano..." (Sergio Caputo - 1983)


Ok lo so. Oggi è giovedì. Ho sbagliato.
D'altra parte anche Sergio Caputo ha sbagliato. Il "sabato" non era qualunque, era un "sabato del cazzo" un "sabato italiano" tipicamente qualunque e tipicamente del cazzo. Come il resto della settimana.
Quindi come il giovedì.
Un giovedì del cazzo, per quanto mi riguarda.

Niente ferie quest'anno. E non perchè mi piaccia il mio lavoro fino a quest'eccesso o perchè sia avido e affamato di denaro, semmai è perchè sono affamato e basta. E povero.
E quindi lavoro anche la settimana di ferragosto, quando anche gli scarafaggi non escono dai tombini di questa fogna di città, perchè, cazzo, a sentir loro è ferragosto e hanno altro da fare.
Fatto sta che lavoro e che a fine serata metto qualche biglietto di carta con delle cifre sopra nel portafogli.
E insieme a queste bollette di telecom, enel e infostrada ci metto anche qualche banconota, ogni tanto.
Succede che dopo una birretta con gli amici si va a casa e si faccia mente locale, perchè quando hai un'attività tua il lavoro non finisce dopo le 10 ore giornaliere. Te lo porti a casa, sottoforma di pensieri quasi mai felici. Pensi a quel cliente strambo, alla fattura che devi pagare a questo o a quel distributore, al vigile urbano che cerca un motivo valido per multarti, pensi che ti sta per scadere l'assicurazione alla macchina.

Mi ricordo che scade il 6 agosto. Lunedì.
Un lunedì qualunque, un lunedì italiano. Lunedì scorso, nello specifico.
Succede che conti i soldi nel portafogli e decidi che domattina, giovedì, andrai in assicurazione a rinnovare il contratto, per poter circolare un altro anno (se la macchina ci arriva al prossimo anno), tranquillo e che le bollette le pagherai un'altra volta, tanto ormai sono già scadute.
E succede che il giovedì qualunque arriva.

All'assicurazione non c'è nessuno. Mi stupisco solo in un primo momento, perchè l'ultima volta era piena così di gente, poi realizzo che "l'ultima volta" era il 6 febbraio e che oggi invece è 9 agosto e la gente meno povera di me è al mare, a farsi fare le pugnette dall'acqua e il bidet dall'aria fresca. Non ci metterò nulla, penso.
Sbagliato.
Il foglio con la mia assicurazione non si trova. Si mettono a cercarlo e passano 20 minuti.
Ristampalo, genio della lampada, penso.
Dopo altri dieci minuti l'assicuratore si arrende e lo ristampa.
Me lo consegna e vedo quanto dovrò pagare adesso che sono passato dalla dodicesima all'undicesima tabella.

Il 6 agosto è un giorno un po del cazzo per pagare l'assicurazione, per vari motivi.
Primo: è in piena estate e di estate, si sa, non ci sono soldi. Che poi vorrei vedere in autunno questi dulivi di contante dov'è che stanno...
Secondo: è il compleanno di Letizia.
Terzo: è a ridosso del versamento dei contributi.
Quarto: è un giovedì italiano.
Fatto sta che il 6 agosto mi scade il contratto e va rinnovato, quindi c'è quantomeno il piacere di pagare di meno rispetto all'anno prima.
L'anno prima pagavo 465 euro a semestre, 930 euro l'anno.
930 euro in più rispetto al valore della mia macchina.
Guardo il foglio con il nuovo importo. Seicentodiciassette euro.
Ora, io non sono mai stato un genio nè della matematica nè di economia finanziaria, ma se i sensi di ragno non mi ingannano, seicentodiciassette è un valore più alto di quattrocentosessantacinque. Chiedo conferma all'assicuratore e lui conferma. Gli chiedo il titolo di studi, per avere un'ulteriore sicurezza. Non è laureato in matematica: ne ero sicuro.
C'è qualcosa che non va.
"Mi scusi ma in che tabella sto?"
"Sei tornato alla quattordicesima. C'è un sinistro risalente al novembre 2005"
Un novembre qualunque, un novembre italiano, penso.

Me lo ricordo quel novembre. Mese del cazzo.
Iniziava ad affacciarsi alle porte il natale, e qui c'era un sole così fuori luogo che sembrava essersi sbronzato la sera prima e che non ne stava capendo un cazzo il giorno dopo. Che cosa ci facesse il sole in pieno novembre sulle terre del sudditalia ancora non l'ho capito.
Ma era sera e del sole neanche l'ombra. L'ombra di tutto il resto però c'era. Delle auto che scorazzavano, dei bidoni di spazzatura non ancora svuotati, di teste di cazzo che quel giorno potevano stare a casa loro o andare affanculo altrove.
Fu una di queste teste di cazzo che rese quel novembre il peggiore del duemilacinque.

Avevo fame e avevo appena accompagnato a casa Andrea Soldino, un vecchio amico e cliente. "Vecchio" non nel senso che era un matusa, ma nel senso di "passato", che ora non è più. Amico intendo. E anche cliente. Insomma, era un tipo.
Accompagnavo sto tipo a casa e mi veniva fame, come se le due cose fossero correlate. Sulla strada del ritorno decido di accostarmi abilmente sulle strisce gialle della fermata dei bus, certo di non impedire il transito a nessuno.
A Lecce le fermate per il bus e le corsie preferenziali hanno più o meno la stessa funzione che lo scudo spaziale ha per gli americani.
Non serve a un cazzo.
Non ci sono alieni, non serve uno scudo.
Non ci sono bus, non servono le corsie preferenziali.
Suvvia, non ci vuole un genio a capirlo.
E' un po come quando si era alle medie e si giocava a gonfiare i preservativi. Se non c'è figa, non servono i preservativi, e infatti se ne facevano pratici palloncini.
Niente bus, non servono le preferenziali, e io mi ci parcheggio abilmente sopra.
Un coglione qualunque, un coglione italiano nel particolare, e, sempre nel particolare, un coglione donna, decide che per girare a destra debba tagliare la shikan manco fosse Ayrton Senna ai tempi d'oro. Tutto bene fino a qui, direte voi. E invece no.
Vogliamo ricordare a tutti la fine che fece Senna?

Senna, grande pilota di formula uno, un bel giorno decide che 213 chilometri orari è un'ottima velocità per scagliarsi contro il muro di cemento della curva del Tamburello e che le 14e17 sono un ottimo orario per dire addio alla propria attività cerebrale. Muore anche fisicamente alle 18e40 dello stesso giorno, il primo maggio 1994.
La Festa del Lavoro.
Anche gli scarafaggi non escono dai tombini il primo maggio, sostenendo che hanno ben altro da fare che lavorare. A ucciderlo, litrate di flit. A Senna è bastata una sospensione, la laterale destra, che gli ha spaccato la visiera del casco all’altezza del ciglio destro prima, e il cranio poi.

Questa ragazza qualunque, questa ragazza italiana, non era Ayrton Senna. E quel giorno non era l'uno maggio. Era il 17 novembre. Giovedì. Erano le undici e mezzo di sera quando sono arrivati i vigili urbani e l'impatto dell'auto della zoccola sulla mia auto in sosta era avvenuto già da un po. La ragazza non era Senna e questo l'ha preservata da una morte fisica poche ore dopo. Per quella cerebrale non c'è mai stato nulla da fare.
Era scema da sempre.
L'ho capito quando ha iniziato a sostenere che fosse colpa mia che lei ha svoltato a destra in un modo così stretto e incapace da prendere la mia auto ferma.
Non in movimento, signori. Ferma.
E' un po come ingravidare la propria partner sborrando sulla seditoia e facendocela sedere per una semplice pisciata. E' da coglioni. Da coglioni e da evidente morte cerebrale.

A pochi metri dalla fermata del bus su cui mi ero abilmente parcheggiato c'era il furgone che vende panini. Se non ho capito male ci sono in un sacco di città, solo che a Lecce sono di più. I coglioni di bue esposti nel banco frigo mi ricordavano con una precisione infallibile ogni singolo minuto che passava dal mio ultimo pranzo alla cena che ormai pareva non arrivare mai. Avevo una fame così grande che iniziavano a manifestarsi le prime visioni misticosportive.
Ayrton Senna era apparso davanti a me e guardava l'auto della tipa, poi la mia auto, poi la tipa e poi il furgone coi coglioni di bue. Poi di nuovo la tipa.
Si compra un panino e una birretta, una dreher. Si avvicina di nuovo a noi quando ormai sono arrivati vigili. Guardo i coglioni di bue, poi il mio orologio. Sono le undici e mezzo.
I coglioni di bue non sbagliano mai.
Guardo la tipa. E' preoccupata di aver seguito il consiglio di quella sega del suo ragazzo di chiamare i vigili. Inizia a pensare che forse avevo ragione io, che il danno alle due macchine è infinitesimale e chiamare i vigili significa avere un verbale prima, poi una spesa nel ritirare le nostre dichiarazioni dal comando dei vigili urbani, una specie di Four Freedom Plaza dei poveri, e infine, cazzo più grande di tutti, la messa in mezzo delle assicurazioni.
Per chi non ha mai avuto a che fare con le assicurazioni automobilistiche vi dico che le assicurazioni proteggono i propri assicurati come l'uomo protegge la natura. Insomma, è un po come mettere Pacciani in un asilo nido per proteggere i bambini.
Le assicurazioni ci avrebbero massacrati.
Lei nonostante l'incapacità fisica nel guidare e la mancata comprensione all'utilizzo del volante inizia a supporre che forse può essere che ha fatto la cazzata a girare così stretto. La sega del suo boiz invece lo sa perfettamente. Ed è lui che mi crea i problemi. Sapendo perfettamente i limiti della troia che si scopa inizia a inventare storie del tipo "sei tu che sei partito arrivandoci addosso" e "mi devi pagare la verniciatura della macchina".

Alle mie negazioni risponde con altrettante e al "le assicurazioni la metteranno nel culo a entrambi, dove per entrambi siamo io e la tua ragazza", rispondeva "e sia!".
Essì. Tutti ricchioni col culo degli altri.

E' stato quello che gli ha risposto Senna, masticando il panino con la bocca che aveva in fronte, vicino al ciglio destro, dalle 14e17 del primo maggio 1994 e sorseggiando la birra con quella che aveva al posto della bocca dalla nascita.

Non ha aperto bocca l’assicuratore quando gli ho detto che sarei tornato, eventualmente, all’indomani. Aveva già capito che il mio era un addio senza fiocchi, di quelli fiacchi, scoglionati. Non ha aperto bocca perché doveva trovare le parole giuste per convincermi a restare con loro. E anche perchè aveva in bocca un sigaro spento e non era certo Ayrton Senna, no... l'assicuratore di bocca ne aveva solo una purtroppo.

Per ora.

Me ne sono andato e credo che non ci tornerò mai più, così avrà anche un bel po di tempo per pensare a quali parole pronunciare.
Ora sono a piedi, mi sono comprato due camere d’aria per la bicicletta, così la riparo e almeno non sto completamente a piedi fino a che trovo una nuova soluzione, e sono andato a casa per darmi una sciacquata, che qui si lavora e non c’è acqua di mare a farmi le pugnette né tanto meno aria fresca a farmi il bidet. Anche se siamo a un passo da ferragosto.
Grazie a dio ho ancora uno spazzolino e posso lavarmi la bocca, che dopo tutte le bestemmie e le volgarità che sono stato capace di buttar fuori da questa fogna, in questo giovedì qualunque, in questo giovedì italiano, ne ho bisogno.

Spazzolino e dentifricio. Che accoppiata vincente. Sono un po gli Stanlio e Olio dell’igiene. Per quanti anni passano, sono sempre in voga. Non muoiono mai. Fantastico.
Fantastico.

Lo spazzolino mi si spezza in bocca dopo pochi secondi e il dentifricio mi cade sulla maglietta e scivola lento sui pantaloni.
E’ un giovedì qualunque, un giovedì italiano.
Se bestemmio ancora un po’ non mi basterà il dentifricio per lavarmi la bocca, ma avrò bisogno dell’ace gentile. E lo voglio gentile solo perché ci sarà più gusto nel mandarlo affanculo.

mercoledì 8 agosto 2007

Estate




Cazzarola è Agosto.

Tra l'altro ci avviciniamo pericolosamente alla prima decade.

E' agosto e non me ne sono nemmeno accorto.

Mi sembra ieri che compro i regali di Natale e invece, guarda un po, siamo in estate. Gli uccellini cinguettano prima di tirare le cuoia per il caldo tropicale, le vecchiette muoiono di infarto per i calori per nulla sessuali che le investono e i giovani si schiantano ora in moto e ora in auto, perchè cambiare fa bene alla fin fine.

E si spezza anche la monotonia dello spezzare le vite nel solito classico modo.

Certo però che anni fa era diversa l'estate per me. Ai tempi della scuola l'estate era uguale a vivere, perchè con la scuola tra i piedi, quella non poteva essere vita. Fuori di casa almeno 18 ore al giorno, a zonzo, schivando ora la droga e ora le cattive amicizie, tra una leggenda metropolitana e l'altra sui francobolli drogati e i pedofili all'uscita della scuola.

In giro con gli amici a decidere solo come perdere tempo oggi o con chi riempirsi di botte domani. Anche capire come evitare di prenderle era sempre lo spunto per un buon piano.


Oggi invece l'estate significa ben altro. L'assicurazione scade il 6 agosto.

Che giorno del cazzo.

In piena crisi economica e a ridosso del versamento dei contributi INPS.

Che poi "crisi economica"... come se l'estate fosse un cambiamento serio a livelli di incassi. Sfido io i contributi a collocarsi in un mese dell'anno dove non sono in bolletta.

Controllo quella della Wind, che poi non è la bolletta vera e propria, ma il sollecito.

205 euro.

Dio buono.


"Buona estate" è un'affermazione che ormai non mi fanno neppure per schernirmi. Niente ferie, niente uscite di 18 ore al giorno, niente compiti per le vacanze, niente di niente.

E niente mare.

E meno male che ho l'oceano a pochi chilometri altrimenti non riuscivo neppure a spellare a causa della drammatica cadenza con cui vado a prendere il sole.

Soltanto i più fortunati, chi ha un lavoro che rende o chi è mantenuto da mamy e papy vanno al mare a quanto pare.

E mi passo le giornate tra bar e cartoleria, il miglior vicinato che un uomo possa desiderare. Un succo, una bibita, una chiacchiera e il tempo passa.

Non ci vorrà nulla che arriverà febbraio e dovrò pagare il nuovo semestre dell'assicurazione alla macchina pensando "cazzo sembra ieri ch'era estate!"

mercoledì 25 luglio 2007

Il Suono Della Strada

"E’ il suono della strada che fa muovere i tuoi passi verso di me." (Dj Gruff)

Non credo che non ci sia sordo peggiore di chi non vuol sentire, ma qua butta davvero male.
Il periodo non è quello buono, la brutta para butta a tutti ma qui si rischia di gonfiar la rana fino a farla scoppiare.
Lecce non è una città per chi ha passione.
Al contrario Lecce è perfetta per chi passione non ne ha. Per chi fa le cose tanto per farle, e per chi non le fa perché tacitamente rassegnato. Per chi ama criticare il lavoro degli altri, per chi fa l’amore con il pensiero che “nulla è colpa mia”.
Lecce è una città per chi non ha passione, perché per quanto bravo è il contadino, in un campo arido, non cresce proprio un cazzo. E “aivoglia” a mettere concime. Aivoglia a mettere il ditino nel culicchio, diceva Elio.

Routine.
Non ho ancora ben capito qual è il mio lavoro.
Cioè, in che consiste? Ho una libreria, ma non vendo libri.
Organizzo tornei ma non sono una ludoteca.
Scrivo storie ma non le pubblica nessuno.
Ho un sito ma non sono un webmaster.
Vendo fumetti e mi chiedono libri.
Prendo dei libri ma non li compra nessuno.
Sono arbitro di Magic ma mi chiedono di far scomparire le cose brutte.
Scoreggio ma non faccio cacca.
Piscio e mi viene da petare.
Prendo un caffè e non fumo sigaretta.
La mia macchina fa molto fumo ma di arrosto non se ne parla.
Vado al mare e i problemi sono a monte.

C’è qualcosa che non va.
Il fantastico mondo dei fumetti lascia strani attriti tra la gente. Tra chi li fa e chi li compra, tra li compra e chi li legge. Tra chi li legge e chi li ama.
Il mondo del fumetto è un mondo dove a lavorarci ci sta solo poca gente e il mondo di fuori è convinto che non lavorino nemmeno.
Il mondo del fumetto è pieno di “non lavoro”.
Il fumettista non lavora: disegna. Il fumettaro non lavora: vende fumetti. Il distributore nel sapere collettivo non esiste neppure, figuriamoci se lavora…
Il lettore poi. Il lettore è il più coglione di tutti.
E’ quello che spende soldi per leggere le storie di Topolino, è quello che non ha capito che i manga sono solo roba porno, è quello che si compra il giocattolo della Arcadia a 350 euro importandolo dal giappone dove costa quattro soldi. Ma davvero quattro soldi, eh? Cioè una cosa come 30 euro, che non so quanti yen sono ma so che la conversione di questa cifra *che non so* è di 30 euro.
Circa.

Un giorno un mio amico fece un esperimento.
Si alzò di mattina presto, si vestì in gran lena e corse verso la ferramenta più vicina. Comprò un cono di alluminio lungo circa 30 centimetri e aperto da entrambi i lati. Uno di questi era di circa 2 centimetri di diametro, l’altro di 15. Lo poggiò sul comodino e cominciò a preparare il pranzo. Zuppa di fagioli, hamburger con maionese e arachidi tostati. Da bere birra scadente, di quella che costa due euro il pacco da sei lattine.
Non passarono nemmeno venti minuti che subito corse in camera, dopo aver mangiato e bevuto, e afferrò il cono comprato in ferramenta. Mentre con una mano teneva stretto il cono, con l’altra provvedeva a scalarsi le braghe. A chiappe scoperte avvicinò il cono al buco del culo e da lì giù in un grande e fragoroso peto.
Mentre uno schizzetto marrone colorava l’interno del cono, il peto rimbombava così tanto da non farlo aderire alle pareti, rendendo ogni sforzo di pitturazione del cono, vano.
L’esperimento fu un gran successo a dire del mio amico.

Praticamente il mio amico sosteneva che per quanto grosso e spumeggiante sia il peto, se il contenitore è troppo grande, la pitturazione non riesce e quello che schizzetto di merda era, schizzetto di merda rimane.
Non ho mai capito con sicurezza che cazzo significasse sta cosa, ma mi ha dato da pensare.
Ho pensato che per quanto io gridi al mondo che questo posto non è per me, ma per chi è sterile dentro.
Ho pensato anche che il mio amico era un coglione, a dirla tutta. E a dirla tutta, guarda un pò, è anche un gran lettore di fumetti.

sabato 21 luglio 2007

Quelli che la fumetteria...





Questo post non è tutta farina del mio sacco.
Nasce da esperienze che solo un fumettaro può concepire, grazie esclusivamente alla fauna del suo negozio.
Perchè di fauna si tratta.
Che poi non è complessa nemmeno da realizzare questa cosa: la fumetteria non esiste. Alla camera di commercio, all'ufficio iva, per lo stato...
Anche mia nonna ancora, dopo 6 anni che faccio questo lavoro, non ha capito che cazzo faccio veramente qui dentro.
Il padre della Turina, con mamma al seguito, ancora sollecitano affinchè io mi trovi un lavoro. Non "un lavoro vero". Un lavoro, perchè questo non lo è.
Questo quindi non è un lavoro, questo non è un negozio e quelli che lo bazzicano, di conseguenza, non sono clienti.
E' fauna.
E la fauna per forza di cose è animalesca.
Quindi i clienti di una fumetteria sono animali.







No, non tu che stai leggendo e che compri fumetti da me da una vita, no...
tu sei un figo. Io ce l'ho con gli altri... ;)








Questa fauna, dicevo, fa concepire al fumettaro (categoria in via d'estinzione ma non per questo protetta) un bagaglio di esperienze fuori dai comuni lavori.
Chi lavora al Comune, per esempio, spesso sta fuori, un po di testa, un po per il caffè. Quando è fuori per il caffè paga il caffè e pace, quando è fuori di testa, paga lo stato.
Stato ticendo comunque, che questo lavoro del fumettaro è una cosa un po strana che ti fa fare esperienze strane.
Tra queste, ti fa parlare con gli animali che manco Jim Carrey in Ace Ventura.

Ma chi è che frequenta la fumetteria?
Che gente gira?

Insieme ai miei colleghi fumettari abbiamo stilato una sorta di "Quelli che la fumetteria".
Ho scelto le migliori situazioni capitate a me e ai miei colleghi.
Se vi ci ritrovate, bè, problemi vostri. Noi abbiamo già i nostri. J




- Quelli che pur sapendo perfettamente i giorni delle uscite passano sistematicamente il giorno prima chiedendo se ci sono novità
- Quelli che hanno visto un volume su uno scaffale per due anni e ovviamente non l'hanno mai comprato. Poi aspettano che vada venduto per stressare ogni giorno chiedendo quando torna
- quelli che si appostano davanti alla porta almeno venti minuti prima dell'orario di apertura
- quelli che telefonano per annunciare che passeranno in giornata e chiedono che tempo fa
- quelli che aspettano due ore in negozio l'arrivo del corriere
- quelli che aspettano due ore in negozio l'arrivo del corriere e vanno via 5 minuti prima del suo arrivo.
- quelli che controllano TUTTE le copie prima di scegliere la propria
- quelli che fregano la roba di mano agli altri clienti...
- quelli che aveva tutti i Tex originali e poi sua mamma glieli ha buttati via
- quelli che deve portarti i Tex e... "si sono i primi", "si sono originali", "si sono tutti", "si sono tenuti bene". E poi non te li porta mai.
- quelli che ti chiamano 2 volte al giorno per settimane x sapere se sono arrivate le sue Action figure, e poi quando arrivano "entro pasqua passo a prenderle"
- quelli del "vorrei il n° 8 di nana collection" anche se siamo al 5. E non ti crede che siamo al 5 perchè l'ha visto in quell'altra fumetteria, presso cui si rivolgerà xchè tu sei sprovvisto.
- quelli che non arriva mai niente per loro e non si rendono conto che leggono un trimestrale e un annuale.
- quelli che se hai tutti i Berserk Collection tranne il 9, loro volevano proprio il 9.
- quelli che ti chiedono se sono usciti dei fumetti per mera curiosità, tanto non li comprano.
- Quelli che entrano dicendo che hanno dei fumetti da vendere, al che generalmente rispondo "anch'io".
- quelli che “questi due fumetti che mi hai tenuto da parte non intendo acquistarli, visto che li ho già perchè me li hanno regalati”
- quelli che ti chiedono numeri inesistenti di testate improbabili, godendo nel vederti esitare, e una volta che tu, dopo aver frugato furiosamente per un quarto d'ora, sei riuscito a sbattergli sul bancone tutti i numeri inesistenti di testate improbabili che ti hanno chiesto, sbiancano e si ricordano di un appuntamento importantissimo
- quelli che ho il numero 1 di tex originale, “La Mano Rossa”, non ha le tre stelle ed è del '64, l'aveva acquistato mio nonno/zio/babbo
-quelli che mi serve il numero 212 di bumba la mucca ultrasonica e tu contrariamente al solito questa volta hai il fottuto numero singolo che ti viene chiesto in mezzo a milioni di numeri di questa serie glielo mostri e lui dopo averlo sfogliato con fare dubbioso conclude che si è sbagliato, non è questo, è il 211 quello che vuole.
-quelli che ti dicono "mi fai il preventivo di cosa ho messo da parte?" al che gli dici che hanno 8 albi per un totale di 35 euro, e loro "bene ho solo 2 euro, prendo Angel Heart"
- quelli che vogliono solo dare un'occhiata in casella
- quelli che se gli dici che il loro Tex numero 1 è una ristampa si offendono
- quelli che se gli fai lo sconto del 15% non ci vengono più in negozio perchè li hai offesi. Era troppo poco.
- quelli che hanno difficoltà con il significato della parola "esaurito".
- quelli che vengono in negozio con la busta intestata della fumetteria accanto a te, comprano un fumetto e ti dicono "la busta? no grazie, la ho già"
- quelli che hanno la casella strapiena di roba con fumetti messi da parte da mesi, prendono delle novità e con fare angelico dice “mettimeli da parte che non c'ho una lira, ho appena speso 250 euro in videogiochi”
- quelli che ti dicono che, una volta, avevano un sacco di robottoni che oggi varrebbero centinaia di euro ed ora si disperano perchè li hanno buttati
- quelli che entrano in negozio due volte al giorno, esaminano tutto e compra qualcosa solo lo 0,00001% delle volte. E ogni volta che parli con i tuoi amici/clienti di qualcosa si devono intromettere.
- quelli che seguono un solo fumetto, che è pure trimestrale, ed entrano in negozio 3-4 volte alla settimana sperando che sia uscito.
- quelli che ti chiedono "Hai gadgets di Naruto?" e quando mostri loro le decine di articoli che hai rispondono "Ah...", guardano distrattamente e dicono “tutto qui?”
- quelli che ti indicano uno strano prodotto chiedendoti di cosa si tratta e tu, sudando, rispondi: "E' uno shitajiki..." già sapendo quale sarà la prossima domanda.
- quelli che ti fanno ordinare statue dall’estero dopo ricerche estenuanti, e il giorno dopo telefonano e cancellano l'ordine
- quelli che ti dicono "voglio provare a leggere un manga" e dopo mezz'ora di proposte ed indagini sui gusti prende il volume dei Transformers perchè c’è il film al cinema
- quello che sfoglia i fumetti in cerca di illustrazioni e disegnatori degni di nota, particolari e stuzzicanti, e finisce a comprare una boiata semi-erotica americana oscenamente colorata e me fa fare un pacco regalo per un amico
- quello che di fronte alle statuine di ragazze/donnine un poco svestite iniziano a questionare che il pezzo è bello ma le dimensioni sono o troppo piccole o troppo gigantesche
- quelli che sono giocatori di magic e litigano con quelli che sono giocatori di Yu-Gi-Oh su qual'è il gioco più intelligente tra i due.
- quelli che vogliono pagare l'ultimo numero di Magico Vento 90 centesimi perchè secondo loro è usato.
- quelli che ti vogliono vendere i Brendon a 1 euro perchè sono "originali".
- quelli che si aprono una fumetteria a 10 metri da te perchè sono convinti che faranno soldi a palate.
- quelli che ti invitano a prendere un caffè al bar e dopo aver preso due coni e 1 cocacola, hanno dimenticato il portafogli a casa.
- quelli che stagionano in fumetteria giorno e notte, vaneggiando di smettere di lavorare e aprire una fumetteria in proprio in stile scantinato-giapponese. Accanto a te.
- quelli che quando faccio un indagine per capire quale robot comprare ed esporre in negozio e non li interpello sui Gundam, mi vanno fuori di testa ed insultano tutti gli altri cui l'ho chiesto prima
- quelli che raccontano che una volta nel locale dove ora giocano a magic, prima si facevano incontri clandestini di fight-club
- quelli che dopo che ti arrivano 6000 euro di novità entrano e dicono "cavolo, non c'è niente per me..."
- quelli che non si fanno vedere per sei mesi poi arrivano e "sono arrivate novità?"
- quelli che "perchè non ci metti anche un baretto qui dentro?"


La palla a voi...

venerdì 6 luglio 2007

Il didietro della Poderosa


Ho deciso che era ora.

L'ho deciso quando ci ho dovuto caricare dentro un divano letto e non riuscivo più a spostarne i sedili. Inchiodati. Non andavano nè più avanti, nè più dietro di come si erano fossilizzati.

Una volta scaricato il divano letto nel garage di un amico, ho dato un'occhiata a quello che c'era sulla pedana dei sedili posteriori della Poderosa.

Mi duole il cuore perchè sbarazzarsi di tutta questa roba con cui ho condiviso ore di passione, giorni di attrazione, e mesi ad ascoltare musica, fa male.

Anche perchè era una gran bella musica.


Ani Di Franco, Patty Smith, Dj Gruff, Gente Guasta, Kool e The Gang, Damien Rice... ma tant'è, tutto ha un fine.

Ho dovuto gettare via tutto.

Questo è il mio tributo amici miei, abitanti del sedile posteriore, a voi che avete vissuto tra le suole di una nike e la visione della figa da vicino.

A voi che avete contenuto liquidi al 95%, perchè anche voi siete degli esseri umani, checchè ne dicano le fabbriche.

A voi che non vi siete mai lamentati del disordine della Poderosa e che potete confermare che mai mi sono lamentato io del disordine vostro.

A voi, amici miei, il mio cordoglio.

Mi mancherete.


5 Lattine di Chinò
2 Frisbie
1 Cellulare Motorola C350
12 Biglietti del Miliardario
2 Brochure del Medusa Multicinema (1 di queste pubblicizzava Spiderman 1)
1 Denuncia di Furto Perseguibile a Querela dell'ufficio denuncia della Questura di Lecce (ecco dove cazzo era!)
1 Lattina di Exotic Spanish Fly
3 Cannucce
3,70 euro (divisi in questo ordine: 1 moneta da 1 euro, 1 moneta da 2 euro, 2 monete da 20 centesimi e 3 monete da 10 centesimi)
2 Bottiglie di acqua Natia (naturale e oligominerale)
2 Pacchetti di Fazzoletti Tempo vuoti
1 Pacchetto di Fazzoletti Tempo pieno (questo può tornare utile...)
1 Busta di plastica "Difendi la Natura"
1 Rustico
1 Bottiglia da 150Cl di acqua naturale Santo Stefano, vuota
1 Bottiglia da 2 litri di acqua naturale Fontenoce, piena per metà
1 Bottiglia da 150Cl di acqua naturale Tinnea, vuota per metà
1 Lattina di CocaCola
7 Fazzolettini (probabilmente Tempo) sporchi di solo dio sa cosa
9 Fazzolettini (sicuramente Tempo) sporchi di solo io so cosa
2 Bottiglie di Birra Dreher da 33Cl
1 Bustina di Oro Ciok Fondente
1 Oro Ciok Fondente fuso (che schifo, dovrò riutilizzare uno di quei fazzoletti per pulirmi...)
1 Bustina di Cerealix Snack Croccante al Cacao
1 Copia de Il Mucchio Selvaggio di Aprile
35 Carte di Magic del valore pari a zero (altrimenti col cazzo che le lasciavo là)
6 Cartocci che un tempo contennero svariate cene a base di rosticceria
1 Cartone della pizza comprata da Checco Pizza giusto ieri sera
5 Bottiglie di birra Dreher da 66 Cl
2 Palloni da Beach Volley
1 Pallone Elite (rivoglio il mio Supertele, cazzo.)
1 Bottiglia di acqua Tinnea lievemente frizzante da 50Cl
1 Panino ancora incartato con un cordonbleah e qualcosa di spalmato che a memoria dovrebbe essere formaggio quick. Quella roba verde invece non so cosa è. Non ce l'ho messa io.
1 Pompa rossa per gonfiare i palloni
1 Raccomandata della Banca Popolare Pugliese del 27 Marzo 07. Già che sto vedo un po cosa volevano.
1 Bottiglia in vetro, di CocaCola da 200ml, vuota
1 Copri passaggio della cintura di sicurezza della mia auto, la Poderosa
1 Freccia, sempre della Poderosa, paccata in 3 pezzi di un incidente del novembre 2005
8 Biglietti dell'avvenuto pagamento del parcheggio. Probabilmente gli unici fatti in vita mia
32 Tappi di birra
9 Scontrini che certificano l'acquisto di qualche birra
1 Cd che mi ha prestato il mio amico Ciccio nel 95, in quinto superiore. La custodia, se non erro, è casa.
1 Risiko
1 Pacco di Carboni pieno per metà
1 Sega per legno
3 Peluche di cui 1 di Garfield
5 Racchettoni (ma nemmeno una pallina per giocarci)
3 Pallette da giocoliere
Svariati capelli.


A voi, non vi dimenticherò mai.

A presto.

sabato 30 giugno 2007

...e poi c'era il karate.



1988. Settembre.

Papà accompagna suo figlio in palestra.
E' una scuola di Karate, un dojo nato sotto la guida del Maestro Spedicato.
Il bambino ha 10 anni da copiere da li a poco. Inizia giocando e va avanti, tra alti e bassi nel mondo del karate.

E' ancora il 1988 ed è ancora settembre.
Un altro papà accompagna un altro bambino in palestra.
Stessa via, stessa arte marziale. E' invece un'altra scuola, un altro dojo, quello che vedrà crescere questo altro bambino, che comunque ha 9 anni compiuti da poco. Inizia giocando e va avanti, tra alti e bassi, nel mondo del karate.

All'epoca era facile vedere palestre di arti marziali piene. Andavano forte soprattutto le scuole di kung fu e karate. Merito dei film dei vari Van Damme, Cinzia Rothrock, Chuck Norris e ovviamente dell'intramontabile Bruce Lee.
Ogni volta che trasmettevano un film di uno di questi personaggi, i due bambini, che intanto crescevano e studiavano in scuole diverse e vivevano in case diverse, si fermavano davanti al televisore a riguardarli, 1, 10, 1000 volte.

I due bambini erano amici e avevano lo stesso sangue.
Serate in pizzeria, esperienze al mare, ninne nanne negli stessi lettini cantate da mamme diverse. Crescendo c'erano cose sempre nuove da scoprire, le prime ragazze, i primi litigi, le canne, i funerali, i natali.
E poi c'era il karate.



1998. Giugno.

Erano passati anni da quando i due papà accompagnavano i due figli nelle due scuole. I due dojo parevano non interessare più questi due bambini ormai ragazzi.
Figurarsi, non si parlavano nemmeno più questi due ragazzi, e neanche da poco. Da anni.
Una lite troppo forte di cui probabilmente nemmeno ricordano più il motivo li separò per anni lunghi secoli.
Erano ormai lontani i tempi degli allenamenti clandestini nelle masserie abbandonate, le scalate su edifici pericolanti, i graffi, le scalate con corde lunghe 20 metri e spesse 1 misero centimetro.
I calci e i pugni, le serate in pizzeria.
I due ragazzi erano cresciuti e avevano preso strade differenti, esperienze differenti e ormai non c'erano più feste e cazzeggi. Si vedevano solo ai funerali o per sbaglio, per strada.
E poi c'era il karate.

I due ormai non praticavano più da anni.
Le televisioni italiane non trasmettevano più i film di Van Damme, e Chuck Norris ormai faceva solo quella cagata di Walker Texas Ranger. Anche l'intramontabile Bruce Lee era ormai tramontato. Le scuole di karate si erano svuotate completamente. Il dojo aveva chiuso. Il maestro Spedicato aveva aperto altre palestre nel corso di quegli anni, più piccole e consone al numero degli iscritti.

I due ragazzi si incontrarono ed ebbero una discussione finita a tarallucci e vino, in cui furono ricuciti i rapporti, carate le ferite e rifatti giuramenti.
Avrebbero ripreso con il karate.


2006. Settembre.

Sono cresciuto. 28 anni da compiere da li a poco e una palata di cazzinculo come bagaglio spirituale. Prendo il cellulare. Se questo che vedo nell'elenco è ancora il suo numero di telefono lo chiamo e lo invito con me in palestra.
Rifiuta.
Si allena a casa l'altro ragazzo ormai 27enne.
Bene, ci andrò da solo.
10 anni dopo il mio ultimo allenamento in palestra, 5 anni dopo l'ultimo allenamento con mio cugino di sangue, mi riiscrivo in palestra, con qualche segno degli anni e qualche cicatrice di troppo.
Rimettere il karateggi mi fa paura, ma solo nei primi 5 minuti. Sfiancato mi alleno prima 3 volte la settimana, poi 4, dopo il lavoro.

Passano i mesi ed è ora di richiamare l'altro ragazzo.
A distanza di 5 anni dall'ultima volta ci alleniamo insieme, facendoci un sacco di male, goffi e impauriti dai ricordi e dall'ombra dei rimpianti. Calci, pugni, risate.
Come 18 anni prima, da bambini.



2007. Giugno.

Ieri c'è stato l'esame, duro e sfiancante.
Ho preso la nera, I° dan.
Stento ancora a crederci.
Ora si smette di giocare al guerriero e ci si impegna seriamente.
Per rispetto.
Nei miei confronti, nei confronti del Maestro, del dojo e di mio cugino, che è ancora lì, a casa, ad allenarsi.
Birra con gli amici della palestra, poi altra birra con gli stessi amici della palestra e poi, una volta solo, agile passeggiata riepilogativa, immerso nei ricordi, con uno sprizz in mano.

Penso agli anni che sono passati e mi rendo conto che non è la cintura nera quello che conta. L'importante, la cosa bella di averla presa, è che quando avrò 60 anni non avrò il rimpianto di non averlo fatto.
Ma già lo sapevo.

Ora ho un altro obiettivo.
Riportare all'ovile quel bambino, perchè in 18 anni non siamo mai stati nello stesso dojo.
Perchè il tempo passa in fretta.
Perchè prima c'è il nostro sangue.


Solo poi c'è il karate.

lunedì 18 giugno 2007

Sono meglio gli 8 bit


Ancora una volta mi hanno chiesto cosa ne penso dei manga di oggi.

Se sono scesi di qualità o se sono belli come un tempo.
Che sono più belli "quelli di una volta", quelli di quando Dragon Ball era una novità, quelli di quando Ikkoku era una specie di sogno erotico.

Me lo ha chiesto un ragazzo che ha smesso di leggere fumetti "senza nemmeno accorgersene", ha detto.
Prima Dylan Dog gli piaceva di più.
Prima Berserk era il top.
E quanti ne ho sentiti che "i primi numeri di RatMan erano migliori".
E "come Tex non c'è nessuno".

D'altra parte io preferisco gli 8 bit alla xbox.

I lettori migliorano i propri gusti, si evolvono, crescono, cambiano abitudini, conoscenze, culture e spesso non tutto sta dietro a quelle evoluzioni. Il loro corpo spesso non ci sta dietro. La mano che tira fuori i soldi per provare nuove letture, si rifiuta, ribellandosi alla crescita.

Spesso si smette di guardare la tv, o si cancellano i film trash dalla propria scaletta o si smette di andare al Gods Of Metal prima dei 30.
Ancora più spesso si abbandona la lettura dei fumetti.
Perchè c'è scarsa comunicazione nel mondo dei fumetti e si tende sempre a generalizzare.
Non è vero che i fumetti non ti piacciono più, semplicemente per un motivo o per l'altro non sei riuscito a stare dietro al tuo gusto mentre si evolveva.

"Lettori di generi" e non di fumetti si arenano con molta più facilità rispetto ai lettori "puri". I lettori di manga medi, per esempio, leggono spesso fumetti da cui sono stati tratti anime o oav, poi seguono quel filone dapprima con la convinzione di non sbagliare acquisto, successivamente solo perchè immobilizzati nell'abitudine di quel genere di lettura.

Questo genere, come tutte le abitudini, tenderà a stancare chiedendo alla persona "altro". Quando questo "altro" non arriva perchè la persona non sta dietro a questa evoluzione, il gioco si rompe e il lettore smette di leggere. Ma questo smettere è una cessione dipesa dall'incapacità di seguire il proprio maturare, la propria necessità di leggere altro, roba nuova, roba fuori dai soliti canoni, da quei clichè che li hanno avvicinati al fumetto, da quell'anime che è stata solo la naturale scintilla, l'avvicinamento al mondo del fumetto.
Come una crisalide che si trasforma in farfalla, il lettore di generi ha la necessità di altre letture più soddisfacenti.
Spesso però all'interno di quella crisalide ci resta e muore.

Quando avrete deciso che siete stanchi di leggere fumetti e vi rendete conto che leggete solo Bleach, Naruto e FullMetal Alchemist o Dylan Dog, Tex e Mister No, sappiate che siete dei lettori di generi che probabilmente si stanno trasformando in lettori di fumetti.
Prima di smettere di leggere fumetti, abbiate la forza di provare uno di questi 3 titoli:

Maus
Il Ritorno del Cavaliere Oscuro
V For Vendetta

Se anche questi non vi garbano, andate in pace.
D'altra parte, io checchè se ne dica, preferisco gli 8 bit.

giovedì 14 giugno 2007

E il tutto scomparve


Questa è la storia di un bambino e del suo pallone.

Il bambino andava a scuola e amava il gioco del pallone.
Aveva un pallone rosso, di quelli marcacane, un "supertela" che suo papà gli regalò quando il cane del vicino gli bucò il "mundial".
Fu un brutto colpo per il bambino, che amava il mundial con tutto se stesso e che vedeva in esso il suo giocattolo preferito.
E ora il mundial non c'era più.

Il bambino cadde in un silenzio pericoloso per la sua età, perse il sorriso, la voglia di correre e giocare tipica dei suoi coetanei e il suo papà, temendo che non si potesse riprendere più, gli regalo un nuovo pallone.
E adesso il mundial non c'era più perchè suo padre gli regalò un supertela.

Al bambino gli ci volle un pò per affezionarsi al supertela. Ogni volta che era con lui, per quanto il supertela fosse rosso, più rosso del mundial (e il rosso era il suo colore preferito), il bambino pensava sempre alle giornate passate con il mundial, ai calci tirati, ai passaggi con gli amici, ai tunnel, alle giornate sulla spiaggia. A quegli effetti che solo il mundial sapeva prendere, con un calcio ben assestato, se il vento era favorevole.
Ma ora il mundial non c'era più. C'era il supertela al suo posto.

Col tempo, ma neanche tanto tempo, il bambino si rese conto che tutte queste cose, i calci alla palla, i passaggi con gli amici e perfino i tunnel gli venivano meglio. E grazie proprio al supertela, ora aveva nuovi amici con cui giocare al gioco del pallone. E gli effetti venivano addirittura meglio perchè da quando aveva il supertela il venticello ideale era costante.
So che è impensabile, ma sono sicuro che nello stesso istante in cui il bambino cominciò ad apprezzare il suo nuovo pallone, questi, in tutto il suo colore rosso, apprezzava il bambino, favorendogli tutte quelle azioni che prima erano del mundial.
E il bambino fece una promessa al suo pallone.
Una promessa che non avrebbe mai tradito.

I giorni passarono e arrivò finalmente l'estate.
Un'estate lunghissima, calda e piena di arenili. A volte afosa, a volte semplicemente perfetta.
Anche quando pioveva e la pioggia era battente, forte, pesante, il bambino restava li, in attesa che rispuntasse il sole, giocando dentro casa con il suo supertela. In attesa che il sole rispuntasse da quella finestra da cui un tempo guardava con il vecchio mundial lo scendere della pioggia.
Tiri sul muro, rimbalzi improbabili, anche la semplice visione di un film, o il mangiare un gelato alla fragola, se accanto c'era il suo pallone supertela, era per lui un "giocare", un vivere bene.

Il supertela e il bambino divennero inseparabili.
Per il mundial non c'era più spazio. E chi se lo inculava più il mundial. Ormai c'era il supertela con i suoi effetti, i suoi rimbalzi improbabili, i suoi amici, i suoi arenili, i suoi passaggi sulla spiaggia, i suoi gelati alla fragola, i suoi film davanti alla tivù, seduti sul divano.
Il supertela quando era con il bambino diventava ancora più rosso della già forte tonalità che comunemente aveva.
Il supertela non poteva fare a meno del bambino come il bambino del supertela.

L'estate fu lunga, molto, molto lunga ma ciò nonostante anche quell'estate raggiunse i suoi ultimi giorni.
Fu in questi ultimi giorni che il bambino tirò il suo calcio migliore al suo pallone. Un calcio così vigoroso, potente, che il pallone prese delle proiezioni indicibili, merito (colpa?) anche dei venti che proprio in quel momento si alzarono, portando il pallone lì dove il bambino non riusciva a guardare.
Lì dove il bambino non poteva arrivare.
Lì dove il bambino non sapeva parlare.

Il bambino perse il suo pallone e pianse, a dirotto, tanto, fino alla fine dell'estate.

Il bambino non vide più il suo pallone e questi più vide il bambino.
Il pallone era lì, seppur distante, in attesa di essere raccolto, in attesa che il bambino come ogni giorno lo andasse a riprendere, per vedere un film, per mangiare un gelato, per fare anche solo due tiri.
E lo aspettò sotto le foglie che dagli alberi cadevano, sotto la neve fredda dell'inverno che venne, sotto il sole cocente della nuova estate.
Piangendo.
Ma senza mai perdere le speranze, perchè il bambino glielo aveva promesso: "non ti lascerò finire come il mundial".

E il pallone a furia di aspettare il bambino, fu deformato dal sole.
E il bambino morì vecchio, alla ricerca del suo pallone.

E tutto scomparve.

martedì 5 giugno 2007

Salento Fiera del Fumetto. Ovvero: ecco dove erano i fumetti! Nel titolo!


E il Signore disse a Pietro: "Quel che tu e i tuoi discendenti riterrete giusto in terra, io lo riterrò giusto nel Regno dei Cieli."
Che per come la vedo io, vuol dire "Siete liberi di fare un pò il cazzo che vi pare!"
Parola più, parola meno.

(Don Zauker)


Una sfacchinata enorme.
Il lavoro di standista ad una fiera di fumetto comodamente paragonabile ad un mercatino dell'usato.
Non sono incazzato ma deluso.
Del provincialismo, della solita sequela di motivazioni che puzzano da scuse più per se stessi che per gli altri, ho un po le palle piene.
E' un anno che parliamo di cosa non si deve fare perchè le cose non vadano come l'anno precedente, e poi?
Tutti gli errori vengono ripetuti.

L'anno scorso me lo ricordo perfettamente.
A fine fiera furono tirate le somme e fu chiesto con l'umiltà di chi sta iniziando, cosa andava migliorato.

- la pubblicità
- il numero degli standisti
- il numero degli autori
- la mostra mercato al primo piano
- l'interruzione di due ore della fiera tra mattina e pomeriggio

Un anno dopo tutto questo viene ripetuto.
In toto.
A fine fiera ci si richiede "allora, cosa dovremo cambiare l'anno prossimo?"
Niente.
Che cazzo volete cambiare?
E' tutto perfetto così.
HulkSpakk

giovedì 31 maggio 2007

Le avventure di Manolestasemprefesta [Volume 1 di 3]


Ho ricevuto una raccomandata dalla Procura della Repubblica.
Questa mi mancava.
Ero abituato a cartelle esattoriali, esecutivi di sfratto, catene di Sant'Antonio, richieste di saldo di Sviluppo Italia, minacce dal fornitore, anche qualche cartolina da amici che non vedo da secoli, ma scomodare la procura...

Tutto ebbe inizio tempo fa, quando notai che per quanti pacchi mi arrivassero in negozio i fumetti diminuivano anzichè aumentare. E l'incasso rimaneva lo stesso.
Brutta faccenda.
Notai un ragazzo, un frequentatore della sala, uno di quelli che se non passano almeno due volte al giorno è o perchè sono stati investiti da un tir o perchè hanno scoperto la figa.
La fortuna non è dalla nostra e quindi è li, fuori dal negozio ad aspettarmi, la mattina di ogni singolo giorno.
Niente figa neanche oggi insomma.
Questo ragazzo, che chiameremo "Manolestasemprefesta" per rispetto a tutti i "Dario" del mondo, aveva un superpotere particolare.
Dove passava lui, non crescevano più i fumetti.

I miei fumetti, nello specifico.

Ma come diavolo farà?
Nei miei lunghi anni da lettore di comics americani avevo visto di tutto.
Gente allungabile, simbioti venuti da altri universi, donne intelligenti, donne che sapevano guidare, uomini lampada, politici onesti, sindaci di sinistra a lecce. Di tutto.
E tutto aveva una spiegazione plausibile.
Ma questo non riuscivo proprio a spiegarmelo.

Come cavolo faceva Manolestasemprefesta a far sparire quei fumetti al suo solo e semplicissimo passaggio?
Come mai Manolestasemprelesta utilizzava questa capacità mai vista prima?
Come mai non ci aveva pensato prima Stan Lee?

Invidioso di questo fantastico superpotere (il mio è quello di farmi crescere di 4 cm al giorno un pelo rosa sulla spalla) decido di neutralizzarlo.
Mi leggo 5 albi degli XMen prestando attenzione al parere di Bestia, poi passo a dei numeri chiave di Martin Mystere e chiudo con l'ascoltare il parere di Mr Fantastic nella saga "Mai più QUATTRO".
Insieme arriviamo alla conclusione che una telecamera a circuito chiuso sia la mossa migliore per neutralizzare Manolestasemprefesta e carpire il suo segreto.

Ho bisogno di aiuto però. Chiamo a raccolta non degli euro particolari, ma degli euro super.
Dei supereuros.
Spesi questi 30 Heuros ("Heuros" ---> da "Heroes" = euro supereroi) punto sull'angolo morto del negozio la telecamera.



20 dicembre 2006.
10 e 40 AntiMeridiane.


Manolestasemprefesta entra nel negozio. La telecamera lo punta. Lo vedo.
Carpisco il suo segreto.
Dalla complessità quasi affascinante, il suo modo di operare era losco e svelto, i gesti mesti e mai vasti, la mano lesta e in festa.
Con la disinvoltura di una bagascia da strada prendeva la piletta di albi al suo passaggio e comodamente la deponeva nello zaino, con la cura che avrebbe avuto la stessa bagascia nel depositare le sue uova piena di virus hiv.

Quando è arrivata la polizia, chiamata dal mio pelo rosa (che ormai era giunto all'invidiabile metratura di 427 cm), Manolestasemprefesta era ancora lì, leggiadro, che deponeva le sue uova nello zaino, pronto a covarle.
Quando il pulotto lo ha picchettato sulle spalle, dicendo la frase più odiata dai fumatori di hashish e dai capelloni sudaticci "scusi, giovanotto...." con quell'aria spocchiosa che solo i pulotti sanno avere, le mie 1327 copie di Diabolik si sono girate tutte dall'altra parte, vergognandosi come ladre per la brutta figura fatta del loro collega, Lupin s'è fatto arrestare da Zenigata e John Doe ha finalmente ritrovato suo padre e Berlusconi ha scritto un nuovo Best Seller, "Di ladraggi e altre virtù" a sorpresa pubblicato da Feltrinelli.

Quando il poliziotto mi ha spiegato che cosa significasse per la vita di Manolestasemprefesta subire una denuncia per furto, mi si sono illuminati gli occhi.
D'un tratto ho capito le reazioni di Diabolik e Lupin e l'idea che Manolestasemprefesta potesse passare cazzi di una certa dimensione e dalla capacità spurgasfintere di un certo peso, mi allettava molto.
Ora in lui non vedevo più un supercriminale. Ci vedevo tutte le repressioni pagate in gioventù.
Da quando mi pestavano lungo il mio personalissimo miglio verde a quando mi fregarono la bicicletta, in primo superiore.

Abitavo in quartiere malfamato.
Quando ci arrivai alla tenera età di 8 anni mia nonna allora 80enne me lo ripeteva sempre, specie nei pranzi di famiglia: "mangia altrimenti resti malfamato come quelli di questo quartiere".
Effettivamente a pancia piena quella sensazione di "malfamato" veniva meno.
Abitavo in una periferia peggiore delle periferie di Ghotam City, una roba così criminale che quando Dorothy in uno dei suoi viaggi ci mise piede, prima ancora di uccidere la Strega del Nord esclamò:
"col cazzo che ci resto qua!"
Batté tre volte i tacchi e se ne tornò di gran lena a Kansas City e chi cazzo l'ha vista più.

Ero perdutamente innamorato di Dorothy.
Anni dopo averla conosciuta mi iscrissi anche ad un corso di Tip Tap, di cui presto divenni campione Nazionale per ben due volte nello stesso anno all'interno della stessa competizione e mi vidi 4 volte "Il Mago di OZ" e 8 volte "Il Mago di OZ 2" (mi piaceva molto quella parte in cui rinchiudono la mia bella in un ospedale pschiatrico -visione del mio futuro? Bà... -) nella speranza di capire che scarpe portava Dorothy, per comprarle, batterne i tacchi con la maestria che ora mi apparteneva e andare anch'io a Kansas City, per ritrovarla.
Che romantico.

L'unica cosa che trovai invece fu un gruppo di teppisti, lungo la via che dalla mia casa in periferia portava nel resto della città, il "centro storico", "Porta Napoli", quella che un tempo era una delle porte antiche della città e che oggi invece è la porta del feudo in cui vivo.
Quella via era il mio miglio verde.
Vedevo il raggiungimento di quella porta come un tassello fondamentale nella mia sopravvivenza e riproduzione. Da casa a quella porta era un continuo rischio di pestaggi, rapine, sparatorie, stupri e coinvolgimenti nel mondo della droga e in quello cattolico che si faceva sempre più probabile con l'avvicinarsi alla chiesa di San Pio. E il mondo della droga e quello cattolico spesso erano la stessa cosa. E spesso sfociavano magicamente nella pedofilia.
Per fortuna c’erano preti che ci tenevano lontani dalla strada.
Per quanto riguarda la pedofilia, fummo invece tutti abbastanza sfortunati.

Quel giorno l'unica cosa che trovai fu questo gruppo di teppisti, rigorosamente fascisti, nazisti e rasati che forse avrebbero messo alle strette anche a Batman nella sua Ghotam City.
Ma questa non era Gotham e qui non c'era nessun Batman, ma soprattutto non c'era un "forse" e infatti, con puntualità estrema e con una precisione di cui ebbi la forza di compiacermi con i miei assassini, mi riempirono di calci e pugni, sassi e salsa tonnata, mi fecero mangiare l'erba delle aiuole e contemporaneamente fumarono l'erba del vicino.
Sapevano fare un sacco di cose tutte insieme. Artisti.
Alla fine mi mangiarono.

Lo diceva mia nonna che erano malfamati.

All'interno del loro stomaco scoprii affascinanti nuovi regni animali. Ritrovai la fede in dio e la persi. Toccai cose molli e vidi animali strani, con una sola gamba e due coscienze che lottavano tra loro. Vidi un unicorno con due corni tozzo come un toro ma dotato come un bue che riempiva di sperma un barilotto pieno di azoto alto quaranta centimetri.
Vidi un foglio della dimensione di un A4 segmentato ogni 37 millimetri, sia in orizzontale che in verticale. Erano trip ingeriti per sfuggire chissà a quale controllo di quale pattuglia e che il sistema immunitario di questo malnutrito malfamato aveva isolato permettendo il rilascio della droga in maniera lenta e continuativa, quando il corpo ormai avvezzo a questo tipo di nutrimento, lo richiedeva. Inoltre questo teppista ingeritore di Trip acquisì un nuovo stupefacente superpotere. Sapeva sbattere benissimo i piedi sul pavimento e insieme aveva delle allucinazioni fortissime.
Divenne presto campione nazionale di Trip Trap, soffiandomi il titolo.
Fu in quel preciso momento che mi resi conto che le scarpe che portava ai piedi questo testa rasata erano le scarpe della mia bella Dorothy.
Le riconobbi perchè avevano un odore particolare tipico delle ragazze di Kansas City. Un odore inebriante, caldo, prepotente, perforante, lussurioso, appagante.
Mi masturbai e venni in breve e allora mi masturbai ancora e rivenni. Svenni.
Rinvenni.
Le mie litrate di sborra avevano formato una sorta di via lattea all'interno del corpo del naziskin che mi aveva mangiato ed ora mi indicavano la strada per uscire da questo corpo.
La intrapresi senza indugio quando d'un tratto, all'altezza del duodeno vidi lei.
La mia amata: Dorothy.
Ed era scalza.
La abbracciai e le rivelai finalmente il mio amore, immenso, sconfinato.
Le giurai che mai e poi mai l'avrei abbandonata e che avrei dato la vita pur di ritrovare le sue scarpe e farla tornare nella sua città natale, Kansas City, di modo che poi avrei potuto cercarla e finalmente ritrovarla per vivere in amore con lei.

Al malfamato mangiatore d'innamorati andò di traverso qualcosa, o forse fui io che dopo averlo malnutrito, lo costrinsi a quel fragoroso peto che ci sconvolse e ci fece capitombolare in parti diverse del duodeno.
"Di qua!" "Di qua!" ripetevo "Segui il fiume di sborra!" dicevo alla mia amata.
Forse non mi sentii quando le gridavo di non berlo, anzi ne sono sicuro, ma il prezzo del suo piacevole dissetarsi fu la perdita della strada maestra.
Fu così che ci perdemmo.
Io risalivo verso la gola, lei scendeva verso lo sfintere.
Non la vidi mai più ma pare che lei non ebbe mai più quell’odore tipico delle ragazze di Kansas City.

Fui vomitato.
Successe vicino Porta Napoli e questo inaspettato passaggio è stato il favore più grande che un fascita naziskin mi abbia mai fatto.
Riuscii anche a recuperare le scarpe della bella Dorothy in cambio delle quali restituii il foglio A4 di trip togliendo al tempo stesso al naziskin il superpotere di sbattere forte e velocemente i piedi.
Ora avevo le scarpe ma della mia amata sono ancora alla ricerca.

Questo e ricordi come questo ho rivissuto nella testa quando il poliziotto mi illustrava il futuro imminente di Manolestasemprefesta.
Con gioia, mi diressi alla centrale di polizia, per sporgere denuncia nei confronti del supercriminale.